Nel lavoro clinico strategico gli esercizi non sono “compiti a casa” generici: sono interventi precisi che servono a interrompere i circoli viziosi che tengono in vita ansia, panico, rituali e evitamento. Qui spiego come funzionano, quali sono i compiti più usati, quando hanno senso e quali errori li rendono inefficaci. L’obiettivo è darti una mappa pratica, utile se vuoi capire il metodo o se stai valutando un percorso di psicoterapia.
I punti da tenere chiari prima di parlare di esercizi
- Gli esercizi della terapia breve strategica lavorano sulle tentate soluzioni, cioè sui comportamenti che mantengono il problema.
- Non sono esercizi standard uguali per tutti: vengono costruiti sul funzionamento specifico della persona.
- Le tecniche più note includono prescrizioni dirette, indirette e paradossali, ristrutturazioni e compiti tra una seduta e l’altra.
- Tra i compiti più usati ci sono il lavoro sulle risorse, la “peggiore fantasia”, il “come peggiorare” e la ripetizione controllata dei rituali.
- Il metodo è breve, ma non è fai-da-te: se usato male può aumentare controllo, ansia o ritualizzazione.
Che cosa sono davvero i compiti strategici
Io li considero piccoli esperimenti clinici, non semplici esercizi motivazionali. La logica è questa: prima si osserva come il problema si mantiene, poi si interviene su ciò che la persona fa per risolverlo e che, paradossalmente, lo rende più forte. In terapia breve strategica questo nucleo viene spesso chiamato tentate soluzioni.
Un compito strategico può essere diretto, indiretto o paradossale. Le prescrizioni dirette chiedono di fare qualcosa in modo esplicito; quelle indirette aggirano la resistenza e rendono il compito più tollerabile; quelle paradossali usano l’effetto sorpresa per spezzare automatismi molto rigidi. La ristrutturazione, invece, cambia il significato del sintomo e aiuta la persona a vederlo da un’altra angolazione.
- Non è un esercizio standard: cambia a seconda del problema e della persona.
- Non lavora solo sul sintomo: lavora su ciò che lo alimenta.
- Non nasce per essere copiata da un articolo: funziona dentro una relazione terapeutica.
Questa distinzione è importante, perché il passaggio successivo non è “fare più esercizi”, ma capire come vengono costruiti e con quale sequenza clinica.
Come si costruisce il percorso nella pratica
Nel modello strategico il percorso non parte dalla ricerca infinita delle cause remote, ma dall’analisi del funzionamento attuale del problema. In pratica, il terapeuta cerca tre cose: che cosa succede, che cosa la persona ha già provato a fare e che cosa mantiene il circolo vizioso.
- Si definisce il problema in modo concreto: quando appare, in quali contesti, con quali segnali.
- Si individuano le tentate soluzioni: evitamento, controllo eccessivo, richieste di rassicurazione, rituali, procrastinazione, fuga.
- Si assegna un compito su misura: piccolo, chiaro, realistico, da verificare nella seduta successiva.
Molti protocolli divulgativi parlano di circa 10 sedute e, più in generale, di un intervento che resta sotto le 20. Io però lo leggo come un riferimento orientativo, non come una promessa. Il punto non è il numero magico delle sedute, ma il fatto che i cambiamenti inizino a diventare osservabili presto e che ogni compito venga aggiustato in base alla risposta reale della persona.
Da qui si arriva al tema che di solito interessa di più: quali sono, concretamente, gli esercizi più usati.

Gli esercizi più usati e perché funzionano
Qui entra la parte più concreta. I nomi possono variare da scuola a scuola, ma la logica resta simile: rendere visibile il meccanismo che mantiene il disturbo e introdurre una risposta diversa, più funzionale. Nella mia lettura, questi compiti hanno valore perché non chiedono alla persona di “smettere di sentire”, ma di cambiare il modo in cui reagisce a ciò che sente.
| Esercizio | A cosa serve | Quando può essere utile | Perché va calibrato bene |
|---|---|---|---|
| Identificare risorse interne ed esterne | Aiuta a vedere competenze, appoggi e precedenti riusciti | Quando la persona si sente senza vie d’uscita o troppo dipendente dall’ansia | Se resta solo un elenco astratto, non produce cambiamento operativo |
| “Come peggiorare” | Fa emergere i comportamenti che mantengono il problema | In ansia, perfezionismo, evitamento e autosorveglianza | Se viene interpretato in modo letterale può aumentare confusione o colpa |
| Ripetizione compulsiva controllata | Riduce l’automatismo del rituale e ne cambia il rapporto con il controllo | Nel DOC e nelle compulsioni | Va guidata con precisione, altrimenti rischia di diventare un nuovo rituale |
| “Peggiore fantasia” | Espone mentalmente al peggio in modo strutturato, per abbassare la paura | In fobie, panico e paura della paura | Se è troppo intensa o troppo precoce, può essere controproducente |
| Visualizzare il futuro desiderato | Rafforza orientamento, motivazione e direzione del cambiamento | Quando il sintomo si è già un po’ sbloccato e serve consolidare il risultato | Se diventa solo fantasia positiva, senza passi concreti, resta sterile |
Questi compiti non vanno confusi con una semplice esposizione “standard”. In alcuni casi ne richiamano la logica, ma il focus strategico è diverso: non si tratta soltanto di affrontare la paura, bensì di modificare il sistema di tentativi che la rende più forte. È una differenza sottile, ma clinicamente decisiva.
Il passaggio successivo è capire per quali problemi questi esercizi hanno più senso e dove, invece, serve un approccio integrato o più prudente.
Per quali problemi hanno più senso
Gli esercizi strategici vengono usati soprattutto quando il problema è sostenuto da un circuito ripetitivo e abbastanza riconoscibile. In questi casi il lavoro sui compiti può essere molto efficace perché agisce proprio sul meccanismo di mantenimento.
- Ansia e attacchi di panico: il focus è sulla paura della paura, sull’evitamento e sui comportamenti di sicurezza.
- Fobie e agorafobia: il compito lavora sul rapporto con lo stimolo temuto e con le protezioni che lo rendono più potente.
- DOC e compulsioni: si interviene sui rituali, sul controllo e sulle rassicurazioni continue.
- Disturbi alimentari: il lavoro strategico può essere utile quando il sintomo è inserito in un sistema di controllo, rigidità e tentativi falliti di soluzione.
- Problemi di coppia e familiari: il focus passa dagli individui al pattern relazionale che mantiene il conflitto.
Ci sono però anche limiti che non ha senso ignorare. In presenza di rischio suicidario, psicosi acuta, grave abuso di sostanze o condizioni mediche importanti, un lavoro solo strategico può non bastare e va integrato con altre figure o con un livello di cura più intensivo. Io trovo più serio dirlo chiaramente che vendere l’idea di una tecnica valida per tutto.
Da qui nasce una domanda molto pratica: perché alcuni esercizi funzionano e altri no, anche quando sulla carta sembrano simili?
Gli errori che li fanno fallire
Il problema più frequente, a mio avviso, è trasformare il compito in una prova di volontà. Nella terapia breve strategica questo approccio non aiuta, perché la persona finisce per monitorarsi troppo, cercare il risultato immediato e aggiungere ulteriore pressione al sintomo.
- Fare da soli ciò che andrebbe personalizzato: un esercizio letto online non sa nulla della tua storia, dei tuoi livelli di ansia e delle tue difese.
- Usare il compito come nuovo controllo: il rituale cambia forma, ma resta rituale.
- Volere sollievo immediato: alcuni esercizi lavorano bene proprio perché producono una piccola destabilizzazione iniziale.
- Saltare il confronto con il terapeuta: se il compito appare troppo difficile, va adattato, non “resistito” in silenzio.
- Confondere il peggioramento momentaneo con il fallimento: in alcuni casi il sintomo reagisce prima di allentarsi.
Io diffido molto dei contenuti che presentano questi compiti come scorciatoie autoapplicabili. Il loro valore sta nella precisione: tempi, intensità, linguaggio e obiettivo devono essere allineati. Se manca questo, il rischio non è solo che il compito non funzioni, ma che rafforzi proprio il meccanismo che doveva indebolire.
Per questo l’ultimo punto utile non è “quale esercizio scegliere”, ma come capire se un compito è davvero ben costruito.
Quando un compito strategico sta lavorando davvero
Un esercizio ben tarato non deve sembrare geniale: deve essere utile. Io mi fido di un compito strategico quando ha queste caratteristiche.
- È preciso: so cosa fare, quando farlo e per quanto tempo.
- È coerente con l’obiettivo: non è un’attività casuale, ma risponde al funzionamento del problema.
- È abbastanza piccolo da essere eseguibile: la difficoltà deve essere gestibile, non eroica.
- Ha un controllo di ritorno: viene ripreso e letto in seduta, non lasciato nell’indistinto.
- Non amplifica in modo stabile evitamento o ritualità: se succede, va rivisto.
Se stai valutando questo approccio, la domanda giusta non è “quale esercizio posso fare da solo?”, ma “con quale problema sto cercando di rompere un ciclo che mi tiene fermo?”. La differenza è enorme. Un buon terapeuta strategico non ti dà un compito brillante: ti dà il compito giusto per il tuo modo specifico di mantenere il problema, e proprio lì spesso si vede il cambiamento più utile.
